La Falce in Coltivazione Elementare

All’inizio era la falce. E sempre sarà. Silenziosa, ecologica, socializzante, precisa, salutare, realizzabile con le proprie mani. Con essa ritroviamo la dimensione umana, liberandoci dal giogo del Sistema. Dare oggi nuova vita alla falce significa condivisione del lavoro e dei raccolti, cioè Libertà.

La falce fienaia è lo strumento che permette di sfalciare i prati spontanei per procurarsi il fieno da utilizzare come pacciamatura nell’Orto Elementare. Un tempo tutto il fieno veniva utilizzato per l’alimentazione animale e nessun contadino si sarebbe mai sognato di spargerlo nell’orto, destinatario invece del letame. Anche oggi il fieno viene consumato dagli allevamenti, ma il mio interesse nei suoi confronti è rivolto unicamente alla pacciamatura dell’orto.

La falce fienaia è stata per secoli l’attrezzo per antonomasia nelle campagne, “il Ferro”, poi scalzata dall’invasione delle macchine non perché fosse più faticosa o meno efficiente, ma per scelte politiche imposte dall’industria.

Come è accaduto per molti oggetti della tradizione contadina frutto dell’ingegno e dell’abilità, la propaganda a sostegno della politica industriale ha messo molto impegno nello screditare la falce, rendendola nell’immaginario comune uno strumento legato alla fatica, agli stenti e al sottosviluppo. Adesso il nostro impegno è rivolto alla sua rivalutazione, proponendone una conformazione ergonomica a misura dell’utilizzatore e un uso corretto.

La mia falce fienaia, che vedete nel video, è stata realizzata su misura per me dall’artigiano Hansjörg von Känel, il cui “atelier” si trova a Gunzwil, a nord della città di Lucerna, in Svizzera. Riguardo la lama è stata scelta quella della ditta elvetica Sahli,  ma ve ne sono di altrettanto consigliabili, come quelle dell’italiana Falci e le austriache cosiddette “Testa di Turco”.

E’ importante sottolineare come nella tradizione vi siano differenti tipologie di falci e modalità di utilizzo da luogo a luogo, spesso anche tra località vicine tra loro. Infatti per la realizzazione della mia falce l’artigiano si è voluto informare sulle caratteristiche dei campi dove l’avrei  utilizzata.

“Passarono ancora una falciata e poi ancora un’altra. Passavano falciate lunghe e corte, con l’erba buona e con l’erba cattiva. Levin aveva perso ogni nozione del tempo e proprio non sapeva se fosse tardi o presto. Nel suo lavoro si era verificato un cambiamento che gli fece grande piacere. Mentre lavorava, aveva dei momenti nei quali dimenticava quello che faceva, si sentiva leggero, e proprio in quei momenti la falciata gli veniva fuori eguale e bella quasi come quella di Tit. Ma appena si ricordava di quello che faceva, e si sforzava di far meglio, provava subito tutta la pesantezza del lavoro e la falciata gli riusciva male.

[…] Nel pieno del caldo la falciatura non gli parve tanto difficile. Il sudore che lo inondava lo rinfrescava, e il sole che gli bruciava la schiena, la testa e il braccio dalla manica rimboccata fino al gomito, dava vigore e tenacia al lavoro; e sempre più spesso gli capitavano quei tali momenti di incoscienza, in cui si può non pensare a quel che si fa. La falce allora tagliava da sola. Erano questi i momenti felici.”

Lev Tolstoj, Anna Karenina

La Falce in Coltivazione Elementare

La falciatura manuale non provoca alla flora e alla fauna presenti nel prato i danni del decespugliatore e della barra falciante, i quali recidono l’erba troppo rasente il suolo danneggiandone il cespo rigeneratore e non danno agli abitanti del campo il tempo di allontanarsi.

Non credo sia necessario soffermarsi su quanto la falce sia amica dell’ambiente e della vivibilità rispetto ai rumorosi e inquinanti attrezzi a motore; senza parlare poi dell’impatto ecologico della loro costruzione industriale, del mantenimento in corso d’opera e dello smaltimento (basti pensare al destino plurimillenario degli pneumatici).

Ma al di là degli aspetti tecnici, sociali e ambientali non riesco a pensare alla falce senza sentire un’emozione per l’aura che essa porta con sé: la falce è anche poesia.

 

Anatomia della falce

La falce è composta da un manico, una o due maniglie e una lama separabile dal manico. Le componenti che ne consentono l’assemblaggio sono variabili per materiale e foggia.

Le falci del passato erano realizzate in legno e ferro battuto: nella falce della foto (Liguria) il manico è legno di frassino mentre l’impugnatura intermedia è in legno d’ulivo. Questa falce non ha un chiodo, non ha viti nella struttura.

La Falce in Coltivazione Elementare

 

La Falce in Coltivazione Elementare

 

Ecco un esempio di assemblaggio della lama al manico.

La Falce in Coltivazione Elementare

La Falce in Coltivazione Elementare

 

Manutenzione e accessori

La battitura e la affilatura sono fondamentale operazioni per mantenere il filo della falce sempre tagliente. La battitura si esegue con il battifalce, l’affilatura con una pietra sagomata detta cote.

A differenza dell’affilatura, che consuma il materiale ferroso della lama, la battitura consente di ottenere un risultato migliore senza controindicazioni. Il battifalce consiste in un’incudine e un martello appositi dai bordi stondati. Si può posizionare a terra, infilandola nel terreno, oppure collocarla e fissarla in un ceppo, anche con un comodo panchetto.

Ne esistono di varie fogge, differenti a seconda della zona.

La Falce in Coltivazione Elementare

La Falce in Coltivazione Elementare
La miglior cote è quella estratta dalla cava; in Italia le più rinomate provengono da Pradalunga in provincia di Bergamo.
La Falce in Coltivazione Elementare

Il portacote era legato alla cintola ed era l’alloggiamento della pietra cote, che doveva essere sempre a portata di mano per le affilature sul campo.

Nel portacote si metteva acqua e aceto, un po’ di fieno perché la cote non “ballasse” durante la falciatura e anche un pezzo di legno con uno straccetto. Quest’ultimo serviva per ripulire la falce dai residui di erba prima di passare la cote.

La Falce in Coltivazione Elementare

 

I falciatori partivano prima dell’alba e talvolta dovevano camminare ore e ore per raggiungere i campi. Allora si fermavano a dormire nei “casoni” o addirittura si trasferivano a vivere in essi per tutto il periodo della fienagione. I falciatori più abili venivano prenotati da un anno all’altro.

Il Portafalce in legno serviva per trasportare le falci senza tagliarsi.

La Falce in Coltivazione Elementare

 

I falcetti di solito erano utilizzati dalle donne che si occupavano delle zone pietrose o comunque non accessibili alle falci ai bordi del prato.

La Falce in Coltivazione Elementare

Il manico di questo falcetto consente con la sua lunghezza e curvatura di tagliare l’erba mantenendo orizzontale la lama evitando il contatto del terreno con le nocche della mano.

La Falce in Coltivazione Elementare

 

Quando la lama della falce si rompeva la sua vita non era ancora finita: si andava dal fabbro, che prendeva un pezzo di ferro, lo faceva diventar rosso nella forgia, lo batteva, lo divideva, lo bucava per i rivetti, aggiungeva l’immanicatura per il manico di legno, poi sezionava la lama rotta della falce e creava un sarchiatore. Era una seconda vita della falce.

La Falce in Coltivazione Elementare

 

I falciatori portavano sempre con sé damigiane riempite di vino. Potevano essere delle botticelle in legno di castagno oppure delle zucche svuotate. In tal caso la zucca (del genere Lagenaria) si bucava con un ferro infuocato, si svuotava dai semi e dalla polpa e poi si immergeva nell’uva in fermentazione: questo processo prende il nome di “avvinamento”, che dava il caratteristico colore rosso alla zucca ed era fondamentale per non alterare il gusto del vino in essa conservato… e guai a metterci l’acqua!

Sarà anche per gli effetti del vino, ma per me è inevitabile unire l’idea della falce ad un sentimento poetico.

La Falce in Coltivazione Elementare

 

Dopo la falciatura il fieno veniva lasciato sul campo ad asciugare per qualche giorno. Donne e bambini lo arieggiavano con forconi di legno a due rebbi. Una volta asciutto veniva ammucchiato coi rastrelli e portato a valle. Lì si conservava realizzando dei covoni, anche chiamati biche, appoggiati su uno strato di ramaglie necessario per evitare il contatto della base col terreno. Difatti il fieno si sarebbe altrimenti consumato per l’attività degli agenti decompositori presenti a terra.

La Falce in Coltivazione Elementare

 

Per estrarre il fieno dai covoni si utilizzava uno strumento apposito che letteralmente tagliava alla base il covone: col peso il fieno si costipava e da sotto si poteva prelevare, mentre la parte sopra rimaneva a mo’ di coperchio.

La Falce in Coltivazione Elementare

 

Qualora i fili del fieno fossero troppo lunghi per un buon uso in pacciamatura, si possono ridurre con questo antico ed efficientissimo strumento: il trinciaforaggio.

La Falce in Coltivazione Elementare

 

Si ringrazia Natalino e Pierangela Trincheri per la preziosa attività di ricerca, salvaguardia e divulgazione. Alcuni degli oggetti qui presentati provengono dal museo etnografico di Bellissimi (Imperia), di prossima apertura, da loro allestito e curato.

 

Testo e foto di Gian Carlo Cappello e Mara Lilith Orlandi. ©Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione