Il terreno argilloso

Ciò che sto per scrivere non vi servirà per coltivare secondo il Non-Metodo Elementare. Mi sono però prestato a dissertarne per schierarmi in difesa del terreno argilloso, erroneamente disprezzato dai più.

Il contesto nel quale inserire l’argomento è l’ammissibilità o meno dei dettati della scienza istituzionale. L’impostazione scientifica della società occidentale ha creato problemi che non si è mai dimostrata in grado di risolvere. La marchiatura a fuoco, scientifico-nozionistica, che ci viene imposta sin dal primo contatto con l’istruzione, genera in noi la convinzione che esistano dati di fatto incontestabili, sui quali fondare ogni possibile riflessione successiva. Eppure basta gettare uno sguardo al passato per constatare come la scienza “ufficiale”, in ogni campo di applicazione, sia alla perenne ricerca di rimedi per gli errori della generazione precedente. Potremmo definire quel tipo di scienza come un processo di degenerazione materialista dell’intuito e della percezione, poteri garantiti dalla Natura e sufficienti a ogni essere vivente per mantenere la propria consonanza con la realtà. L’agronomia ufficiale (anch’essa una scienza applicata ma non integrata, dove cioè le discipline implicate non comunicano sufficientemente tra di loro, la più conservatrice anche nell’innovazione) tiene conto più degli aspetti meccanico-chimico-fisici che non dell’energia vitale del terreno: è una visione materialista per la quale i terreni sono corpi morti. Il terreno studiato dall’agronomia è un modello teorico fisso che non esiste in una realtà fatta di processi in divenire, necessari per mantenerlo vitale e fertile nella continuità. Per questo la mia idea è che la natura geologica di un terreno sia ininfluente sulla formazione di humus e quindi sulla sua fertilità una volta “maturo”.

In un contesto ambientale favorevole il corpo umano e la terra sono autonomi nel mantenersi sani, non necessitano cioè di affidarsi ad alcun intervento “specialistico”.

La vegetazione può trovare tutto il sostentamento che le serve secondo Natura solo se il terreno è formato dall’unione della componente minerale con quella organica, pur con varianti anche estreme nel bilanciamento tra le due costituenti. Un terreno dove esse convivono in un equilibrio dinamico può essere definito “humus” o, più semplicemente: fertile. Le pratiche agricole “convenzionali” uccidono la parte viva del suolo riducendolo ad un substrato inerte.

Il terreno argilloso

L’argilla allo stato puro è utilizzata da millenni per la produzione di manufatti, ma per diventare terreno agricolo deve incontrare nella sua evoluzione geologica altre granulometrie (formando il cosiddetto “impasto”) e sopratutto deve congiungersi alla sostanza organica. Come avviene per la torba, il tufo, il limo e la sabbia, l’argilla viene classificata in base alle dimensioni dei granuli che la compongono e i granuli dell’argilla sono i più piccoli fra tutti; questa sua caratteristica si esprime nel bene (quando è rispettata) e nel male (quando viene lavorata). Nella realtà quando indichiamo un “terreno argilloso” il riferimento è solo alla prevalenza dell’argilla rispetto alle altre componenti.

La terra coltivabile è il risultato della disgregazione della roccia madre e della lettiera organica, disgregazione dovuta in entrambi i casi sia all’azione di fenomeni fisici che all’attività di molteplici forme di vita, le quali trovano il proprio nutrimento estraendo dalla roccia e dalla lettiera, mediante processi acidi, soprattutto Potassio, Fosforo, Zolfo, Calcio, Magnesio, lasciando liberi nel terreno soprattutto Silicio, Ferro, Alluminio in una quantità di cui le radici delle piante prelevano solo una minima parte. L’accumulo nel terreno di quest’ultimi elementi è causa della loro cristallizzazione (in termini chimici: precipitano), cioè della formazione dei terreni argillosi in tutte le specifiche varianti.

Quando in agricoltura si parla di argilla come sinonimo di terreno “duro”, che si può crepare in assenza di umidità o diventare fango se è bagnato, in realtà ci si riferisce allo stato in cui l’attività antropica ha ridotto l’impasto a prevalenza argillosa, eliminando con le pratiche agricole la componente organica o impedendone la formazione e destrutturando di conseguenza la parte minerale. La vita ipogea, in espressioni diversificate, risiede sia nella componente minerale che in quella organica inerte mineralizzata, ma è nell’armonia tra i due fattori che un terreno può uscire dallo stato di inerzia e saturare la potenzialità vitale di cui la Natura lo rende capace. Un terreno fertile è quindi il risultato dell’equilibrio tra la componente minerale e quella organica, ma per approfondire questo punto occorre introdurre il concetto di “stato colloidale”. In ragione della finezza granulometrica, l’argilla presenta i minerali che la compongono in una particolare forma di aggregazione, definita “colloidi”. Anche la sostanza organica è aggregata in uno stato colloidale e tale condizione comune rende potenzialmente possibile il processo naturale di congiungimento tra questi due mondi apparentemente inconciliabili: l’organico e il minerale.

Sia nella parte minerale che organica del terreno i colloidi si presentano con una valenza elettrica negativa e quindi tenderebbero a respingersi tra loro, ma in ragione della capacità colloidale di disperdersi in acqua essi riescono a convivere in presenza di questa molecola. In H2O infatti gli elettroni sono più attratti dal nucleo di ossigeno che dai due nuclei di idrogeno, così un polo positivo della molecola resta libero e può trattenere a sé i colloidi sia minerali che organici i quali, come abbiamo detto, hanno valenza negativa.

Il motivo per il quale i colloidi non vengono trascinati via dallo scorrere dell’acqua piovana, per sua natura quasi distillata, è che il terreno ha nella sua composizione anche minerali elettropositivi (come: Ca, Fe, Mg, Al) capaci di trattenere dall’erosione i colloidi organo-minerali elettronegativi. Differente è l’effetto dell’acqua irrigua nella quale, non arrivando dal cielo ma dalla terra, si trovano tra gli altri anche elementi con valenze elettriche positive capaci di “agganciare” i colloidi minerali e organici del suolo trascinandoli con sé, in un fenomeno di dilavamento. Per questo irrigare è dannoso al pari di lavorare, diserbare, concimare, ammendare il terreno. Oltretutto nell’impasto argilloso-umico le radici delle piante non assumono acqua irrigua di scorrimento, ma liquidi fisiologici prodotti dal metabolismo d’insieme della frazione organica vivente propria dell’humus. Se consideriamo il terreno per quello che è veramente, cioè un organismo dinamico e non un modello statico, possiamo comprendere come esso si sappia adattare in tempo reale alle condizioni atmosferiche, aprendo la propria struttura per far defluire senza dilavamento l’acqua piovana e stringendosi nei periodi siccitosi, così da mantenere inalterata e stabile l’umidità al livello utile per la vita. Ciò significa, consequenzialmente, che la terra argillosa pacciamata e inerbita non presenterà mai crepe o ristagni. E’ vero che i terreni argillosi impoveriti da precedenti interventi agricoli distruttivi, anche se lo stato di abbandono risale a decenni prima, si possono presentare compatti, ma mostreranno da subito la tendenza a fagocitare rapidamente la pacciamatura proprio per reintegrare la componente organica sottratta e tornare così allo stato friabile e fertile. In coltivazione elementare il terreno argilloso è il più predisposto, rispetto agli altri impasti, a ritornare in breve tempo un ottimo terreno.

Anche i terreni non argillosi possono avviare processi di organicazione e diventare fertili con gli accorgimenti alla base della coltivazione elementare, però richiedono più tempo. A miglioramento avvenuto essi vengono infatti definiti dall’agronomia scolastica “terreni pseudo-argillosi”, ma in realtà si tratta di fatto di terreni trasformatisi in argille ricche di humus anche se le componenti dell’impasto sono di origine geologica diversa dall’argilla pura. Anche dopo aver raggiunto un certo grado di fertilità la terra sabbiosa può tornare deserto, la terra tufacea può ricompattarsi, la terra torbosa può tornare asfittica e la terra argillosa può tornare dura o fangosa a seguito delle lavorazioni “convenzionali”. La coesione a bassa energia elettrica delle particelle che formano il suolo è estremamente labile: per corrompere il lavoro di migliaia d’anni della Natura bastano poche stagioni di lavorazioni, anche se ingannevolmente definite “soft”.

Le pratiche agricole invasive e tossiche possono annichilire la vita in qualsiasi terreno, ma in virtù della capacità di ricostruzione della propria matrice minerale e organica colloidale, la terra -qualunque terra- sarà sempre in grado di ricreare le condizioni di fertilità naturale proprie dell’argilla.

Il terreno argilloso

Esempio di terreno pre e post orticoltura Elementare a tre mesi di distanza (Nicosia, EN, 2014)

 

Gian Carlo Cappello

24 marzo 2020

Gian Carlo Cappello