Agronomia. Dal greco Agròs (campo) e Nòmos (legge, regola)

“Solo l’arte dell’agricoltura, che senza dubbio è vicinissima alla sapienza e, per così dire, sua consanguinea, non ha né discepoli né maestri” (“De Re Rustica”, Lucio Giunio Moderato Columella, 4-70 d.C.).

“Le difficoltà (nel coltivare) derivano dal cercare di seguire le indicazioni di qualcun altro, obbedendo alle regole invece di usare il proprio buon senso” (“L’Orto Senza Fatica”, Ruth Stout, 1884-1980, da me tradotto e distribuito in Italia (2021). Titolo originale “Gardening Without Work”, The Devin-Adair Company, 1961).

Agronomia. Dal greco Agròs (campo) e Nòmos (legge, regola)

Ruth Stout

“Lo scopo vero dell’agricoltura non è quello di far crescere i raccolti, ma è la coltivazione e il perfezionamento degli esseri umani(“Shizen noho wara ippon no kakumei”, Masanobu Fukuoka, 1913–2008, Hakujusha, 1975; versione italiana: “La rivoluzione del Filo di Paglia”, L.E.F., 1984).

“Perciò il viaggio… alla scoperta dell’anima propria, fu insieme la conquista di un più solido legame con gli altri uomini” (“L’umanesimo italiano”, Eugenio Garin, 1909-2004, Laterza, 1993). Forse oggi il professor Garin aggiungerebbe: “…e con la Natura”.

“Abbiamo chiamato Agrologia questa nuova rivoluzione verde (cioè le tecniche agricole biologiche, il corsivo è mio) riprendendo il termine di de Gasparin (Adrien Étienne Pierre de Gasparin, 1783-1862). Dal punto di vista etimologico, infatti, l’agrologia è la scienza, la conoscenza del campo, mentre l’agronomia ne è la legge, l’ordine” (“Il suolo. Un patrimonio da salvare”, Lydia e Claude Bourguignon, Slow Food, 2011).

Cosa è andato storto a un certo punto nella storia dell’umanità, tanto da sentire il bisogno di sfuggire alle leggi perfette della Natura per sostituirle con quelle approssimative, troppo umane, della scienza? Etimologicamente la parola “agronomia” potrebbe anche riferirsi in positivo all’osservanza delle regole della Natura, ma di fatto la realtà è ben diversa, anzi opposta: l’agronomia è lo studio, la regolamentazione e l’applicazione dell’agire umano che vìola le leggi della Natura produttrice di cibo, anche le più elementari. E’ il risultato di un umanesimo rozzamente travisato che mette al centro delle proprie attenzioni l’Uomo come entità distaccata dalla Natura. A mio parere l’agronomia, o agrologia o come la si vuole chiamare, dovrebbe essere una disciplina non scientifica, ma umanistica nel senso nobile del termine, forse la più nobile fra tutte; dovrebbe cioè stimolare in noi il desiderio di compenetrarci senza interferire non solo nella “Natura delle Cose”, ma anche… nelle cose della Natura, parafrasando Publio Virgilio Marone primo ispiratore degli umanisti a venire. Questo è il saggio umanesimo che riceviamo spinto sino ai confini estremi della dimensione umana come eredi spirituali di Francesco Petrarca Pater Patriae.

Al contrario, la scienza nozionistica, riduzionista e materialista imposta dal Potere per i propri interessi di dominio e di lucro non è la vera conoscenza, non è l’elevato livello spirituale di cui siamo capaci. Con tali premesse cercherò di argomentare in questo scritto come solo lasciandoci alle spalle l’agronomia potranno risorgere dall’odierno orizzonte desolato terre coltivate nelle quali riconoscerci nella nostra vera natura. Oggi le armi più efficaci di cui disponiamo contro l’abbrutimento della Vita voluto dall’oppressore non è più la spada, ma una consapevolezza individuale a tutto raggio che sappia diventare collettiva. Niccolò Machiavelli riporta nel “De Principatibus” (1532), potente libello dove finalmente il Re è nudo, versi del Petrarca più attuali che mai, capaci ancor oggi di risvegliare nei lettori una dignità corale:

Virtù contro a furore

prenderà l’arme

e fia el combatter corto,

ché l’antico valor

nell’italici cor

non è ancor morto.

Come se fossero dati di fatto solo da ratificare, le leggi inerenti l’agricoltura ci impongono codici di comportamento assolutamente arbitrari, in realtà contrari ai nostri interessi e favorevoli ai potentati che le ispirano. Ecco un esempio delle armi messe in campo dal potere politico-economico: nella Gazzetta Ufficiale pubblicata il 21 Ottobre 1999 troviamo un titolo che recita “Approvazione dei Metodi Ufficiali di Analisi Chimica del Suolo”. La finalità di questo decreto ministeriale è di unificare su tutto il territorio italiano le modalità di prelievo e di analisi dei terreni, allo scopo di standardizzare le procedure secondo le indicazioni del “Comitato Tecnico Scientifico per l’Osservatorio Pedologico Nazionale e per la Qualità del Suolo”, viste le varie conferenze sull’ambiente svoltesi negli anni precedenti in varie parti del mondo. Quindi la standardizzazione voluta dalle lobbies viene con questo decreto recepita dall’Italia, ma l’intento si rivela comune ai governi di tutti i Paesi convenuti nelle prestigiose sale dorate dei convegni di Rio de Janeiro e di Cork.

Lo scopo delle analisi pedologiche descritte nel D.M. è di verificare le eventuali carenze minerali del suolo secondo tabelle standard, sulla base delle quali si dovrà decidere quale sia l’azione da compiere per portare il terreno allo stato considerato ottimale lì definito anche …fertilità, con un’assunzione inaspettata e agghiacciante della parola. Tradotto in soldoni, se manca il calcio ne dovremo acquistare dalle industrie produttrici e spargerne, con appositi macchinari sempre di loro produzione, un quantitativo tale da raggiungere il livello ritenuto ottimale per la crescita delle piante. E questo vale per l’integrazione di tutte le componenti del suolo agricolo rilevate, sempre secondo dati standard, come carenti in sede di analisi.

Di fronte alla domanda: “Devo analizzare il mio terreno per apportare ciò che tali analisi rilevano come mancante?” la risposta mia e delle migliaia di coltivatori e ricercatori che non condividono affatto questi assunti è ASSOLUTAMENTE NO. Anzi, il fatto stesso di sentire la necessità di affidare la conoscenza della fertilità del proprio campo alle indagini chimico-fisiche di laboratorio induce il coltivatore in uno stato di apprensione che lo pone nella discrezionalità degli esperti, emarginandolo dalla comprensione della realtà naturale e inducendolo ad agire contrariamente a quanto saggiamente indicato dalla filosofia del “non fare”, dove a indicare le poche cose da “fare” è solo la nostra vera innata sapienza, quella che si esprime a partire dalla contemplazione attiva della Natura, propria degli esseri viventi non corrotti dalla scienza e liberi da essa, quali sono gli animali e gli alberi nostri esemplari compagni di viaggio su questa Terra illuminata dal Sole.

A chi mi chiede se non mi sembra di essere troppo radicale ed estremista rispondo invece ASSOLUTAMENTE SI’: vado alle radici dei problemi senza fare sconti e porto le considerazioni alle conseguenze estreme, perché questo è per me il vero amor di verità.

Agronomia. Dal greco Agròs (campo) e Nòmos (legge, regola)

Da libero professionista agrotecnico ho letto per decenni i manuali di agronomia, i decreti ministeriali, le pubblicazioni scientifiche dei centri di ricerca (con anche un’esperienza di due anni dal 1980 come ricercatore presso il settore concimi agricoli dell’AssorENI), ma guardandomi attorno vedevo coltivazioni soggette a trattamenti fitosanitari continui, a regimi irrigui scandalosi, a diserbi sempre più pesanti, a modifiche genetiche e tutto questo solo perché le piante coltivate in monocolture potessero arrivare forzatamente al termine del proprio ciclo vitale. Vedo ancor oggi macchinari agricoli titanici devastare i campi, mezzi meccanici i cui costi di acquisto e di mantenimento sono resi possibili solo dall’immissione di finanziamenti “pubblici” nel circuito aziendale (dove “pubblici” significa che i soldi prelevati a noi dallo Stato con le tasse transitano dal portafoglio dei politici e finiscono nei conti bancari off-shore degli industriali produttori di quei macchinari, così come di sostanze chimiche per l’agricoltura), mostri il cui costo oltre che gravare sulle nostre tasche viene scaricato sull’ambiente col solo scopo di abbassare i prezzi dei prodotti dell’agricoltura industriale, inducendo una bassa qualità alimentare responsabile della debolezza e delle malattie dei consumatori. Il ruolo dei tecnici agrari è di convincere i contadini che le cose stanno bene così: di fatto l’agronomia studia come distruggere i terreni con le lavorazioni e le addizioni di sostanze e contemporaneamente come renderli di nuovo produttivi con le stesse pratiche.

Schizofrenia: termine che fa riferimento alla caratteristica essenziale di un vasto gruppo di psicosi il cui fenomeno psicopatologico fondamentale è costituito da un processo di disgregazione (dissociazione) della personalità psichica; questo processo si traduce in gravi disturbi della strutturazione del pensiero, della dinamica affettiva e dell’apprezzamento dei rapporti tra ‘Io’ e ambiente circostante. Il disturbo fondamentale del pensiero consiste nell’arbitrarietà dei meccanismi associativi: il pensiero appare strutturato in maniera vaga per l’assenza o almeno per la particolare labilità di un orientamento direttivo ed è caratterizzato dal ricorso a simboli che prescindono dalla logica abituale” (Enciclopedia Treccani).

L’agronomia fa produrre all’agricoltura piante ospedalizzate che producono cibo scadente, oltretutto in quantità ben oltre la nostra reale necessità, eccedenze poi distrutte a spese nostre e dell’ambiente per mantenere alti i prezzi di mercato. Finanziando questo scempio il Potere in mano ai politicanti ci ripaga per aver versato le tasse nelle sue casse sfondate dalla corruzione. Reddite ergo quae sunt Caesaris Caesari, ma salviamo il nostro corpo e la nostra anima dalle leggi dei governi succubi del Capitale. Questo è il contesto nel quale si collocano gli obiettivi che si pone l’agronomia, il che fa comprendere i risultati che ha dimostrato di saper ottenere.

Il terreno che coltivo, pur trovandosi in un territorio montano marginale, è stato distrutto dall’agricoltura sin dai secoli passati, prima per scongiurare lo spettro della fame, poi sotto la guida dei tecnici legati ai consorzi agrari e alle associazioni di categoria: patate, viti, grano, orticoltura intensiva, con l’aggravio di sconclusionate opere di drenaggio che hanno infierito sulla terra fino nelle sue viscere per poi lasciarla, ormai da decenni, annichilita in uno stato di semi-abbandono. Chi pensa che tale abbandono sia una condizione tutto sommato positiva, sufficiente per riportare un suolo allo stato di originaria fertilità, si riferisce alla capacità della Natura di rigenerare nel tempo la prateria e la foresta. Ciò è vero, ma sono necessari decenni di abbandono totale mentre nella realtà i campi di montagna non più coltivati sono oggetto di sfalci continui per produrre il foraggio destinato agli allevamenti-lager nelle pianure, altra applicazione aberrante dell’agronomia eufemizzata sotto la voce “zoologia agraria”. Le praterie sottoposte al prelievo massiccio dell’erba con mezzi meccanici non riescono a riprendersi e a riformarsi tra un taglio e l’altro.

Agronomia. Dal greco Agròs (campo) e Nòmos (legge, regola)

Miglior sorte hanno conosciuto grazie all’abbandono i boschi cedui un tempo sfruttati dissennatamente per la produzione di legname. Alla fine del 1700 il marchese toscano Matteo Biffi Tolomei denunciò lo scempio attuato nei riguardi delle foreste dell’appennino centrale da parte dei commercianti di legna e carbone (l’equivalente degli attuali petrolieri) legati ai Lorena, stranieri in Toscana subentrati nel Granducato di Firenze nel 1737 alla morte di Gian Gastone, ultimo de’ Medici (le considerazioni del Tolomei sono riportate nello scritto “Una Tragedia Ecologica del Settecento”, L.E.F., 2004). I regolamenti medicei di stampo barbariciano precedenti all’avvento dei Lorena, che contemplavano il rispetto delle piante secolari limitrofe ai crinali, furono stravolti. Dopo quei lontani eventi voluti dai Lorena, avidi predatori dei beni della Toscana, la vegetazione non si è a tutt’oggi riformata nell’originale millenario splendore, ma possiamo dire che l’abbandono quasi totale delle montagne, ridotte a stento a luoghi di villeggiatura estiva, sta lavorando nella giusta direzione. Se ancora esistono boschi è solo per l’inaccessibilità dei pendii montani i quali, al contrario delle ormai desolate pianure e colline, rendono antieconomico il disboscamento per le moderne leggi di mercato. Tutto questo è avvenuto e avviene da secoli per i piccoli vantaggi contingenti delle generazioni che si susseguono di padroni del mondo, occupati sin dagli inizi di questa civiltà disumana a danzare nel salone più lussuoso della nave che affonda. Passano i secoli, ma i lucrosi propositi distruttivi evidentemente si perpetuano, oggi con l’aggravante della pervasiva evoluzione tecnologica e dei relativi finanziamenti mirati al settore della ricerca.

Agronomia. Dal greco Agròs (campo) e Nòmos (legge, regola)

Oggi, dopo tre anni di Coltivazione Elementare, così ho chiamato la mia pratica, il mio terreno è in piena produzione. Come ho dimostrato nei decenni prima di approdare al terreno che coltivo attualmente, il solo modo per riportare la terra alla fertilità dopo il passaggio dell’agricoltura non lo troviamo nei dettami interventisti dell’agronomia, bensì nell’agire opposto. In Coltivazione Elementare ciò si ottiene con il rispetto delle erbe spontanee vive e con il riportare alle condizioni naturali lo strato di protezione vegetale del suolo: la cosiddetta pacciamatura. Fatto questo ci si asterrà dall’interferire con i processi che la Natura finalmente riprende a svolgere. Ma il fattore determinante per intraprendere questo percorso a braccetto con la Natura è la propria crescita personale. Secondo il filosofo greco Eraclito l’armonia nascosta è migliore di quella apparente, e aggiungerei: nella terra come in noi. L’agronomia si applica agli effetti superficiali delle coltivazioni distruggendo sia l’armonia esplicita che quella celata, in sintonia d’altronde con questa società consumista che premia chi si appaga della contingenza facendo spallucce di fronte alle conseguenze e senza tener conto delle esperienze passate.

Credo che l’humus non sia altro se non un adattamento alla vita terrestre del plancton – elemento di base nel ciclo della vita acquatica – dopo l’emergere della terraferma. Porto questo esempio a riprova dell’equilibrio imperscrutabile della Natura, sempre uguale a sé stesso eppure in continua dinamica trasformazione, che ha consentito per centinaia di milioni di anni la massima rigogliosità della vita in tutte le sue espressioni senza che l’essere umano ci mettesse lo zampino, coinvolgendolo appieno sin dal suo apparire in questa totalizzante armonia. La scienza agricola si applica invece a un modello statico e ripetitivo alieno alla Natura, riducendo quella perfetta complessità in dinamico divenire a pochi aridi dati, col risultato di lasciarsi alle spalle una terra e un’umanità altrettanto aride. L’impoverimento dei terreni agricoli è sotto gli occhi dei coltivatori e lo stato di apprensione che esso suscita li induce a sottoporsi al controllo dell’agronomia salvatrice, in una circolarità di causa-effetto e di lavoro auto-indotto che dobbiamo assolutamente interrompere.

Ho nella mia biblioteca due copie della bibbia dell’agronomia: il Manuale dell’Agronomo, che fu stampato per la prima volta in Italia nel 1941 come compendio delle esperienze agricole precedenti. Una delle mie due copie è molto vissuta perché risale al 1976 (è la V edizione, 3.237 pagine) e fu acquistata all’ultimo anno di scuola agraria; l’altra è la versione più recente, edita nel 2018 (è la VI edizione, dove non viene più riportato il totale della ingente mole di pagine, le quali vengono invece divise in sezioni e sottosezioni). Quest’ultima copia l’ho voluta – malgrado il costo non trascurabile – giusto per capire quali siano stati i cambiamenti della scienza agronomica in questo (quasi) mezzo secolo. A parte i riferimenti alle nuove tecnologie agrarie intervenute nel frattempo e, per mostrarsi politically correct, a qualche escursione nei temi ambientali nel testo non è cambiato sostanzialmente nulla. Nell’edizione del 1976 trovo tre pagine e mezza dedicate all’humus, oltre a un breve accenno dove il letame viene inaspettatamente scambiato per humus. Già questa trattazione è a mio avviso del tutto insufficiente, ma nell’edizione del 2018 – che è più imponente nelle dimensioni malgrado l’uso della stessa grammatura di carta velina e più o meno la stessa caratura dei caratteri – nel mare magnum dei tecnicismi trovo solo sette pagine dedicate genericamente alla microbiologia del suolo e, audite populi, la parola humus non appare più nell’indice. E’ come se dalla Bibbia venisse cancellata la parola Jahvè, riportata 6.000 volte nel testo. L’unica surreale motivazione che riesco a darmi di tale blasfemia è che agli agronomi e agli altri specialisti estensori del “Manuale” non essendoci più humus nei campi agricoli possa essere sembrato inutile perdere tempo a parlarne.

Ma per tornare ai problemi di base sui quali voglio concentrare l’attenzione non mi addentrerò nel particolare delle singole enunciazioni e applicazioni trattate da quegli imbarazzanti cattedratici con una cura maniacale dei dettagli al limite della perversione.

La matrice preistorica delle deficienze implicite nella scienza agronomica la troviamo risalendo al momento dell’avvio della distruzione dell’humus, avviata e perpetrata nei millenni dall’agricoltura sino ai giorni nostri senza significativi cenni di ravvedimento. La conferma è data oggi proprio dalla coerente cancellazione del termine humus dalla bibliografia considerata “ufficiale”. Intaccando lo strato di humus naturale abbiamo avviato la degenerazione dell’umanità. L’agronomia è responsabile di aver fornito all’agricoltura i mezzi scientifici per acuire la frattura del nostro rapporto con Madre Natura e deve per questo assumersi la sua parte di responsabilità nell’olocausto di tutte le vite umane spezzate negli ultimi millenni dalle guerre, dalla carestie, dalle malattie, oltre che dello sterminio altrettanto penoso di miliardi di animali allevati, di bestie selvatiche sterminate e di alberi abbattuti o bruciati per far spazio all’agricoltura prima familiare, poi latifondista e oggi industriale. L’agronomia ha fornito le “pezze d’appoggio” scientifiche al passaggio da una millenaria ruralità primitiva ancora detentrice di una qualche umanità ad un’altra realtà, quella attuale, al di fuori della nostra dimensione umana, definita “agricoltura tecnologica di precisione”, concetto più congruo a una fabbrica di bulloni che a un luogo deputato alla vita qual è, o perlomeno dovrebbe essere, un campo coltivato per darci oggi il nostro pane quotidiano.

Dall’avvento dell’agricoltura la vita nei campi è potuta scorrere in relativa tranquillità nell’alveo di una dimensione ancora umana, secondo gli studiosi, per oltre diecimila anni, forse quindicimila, sino al prorompere nella storia della ricerca tecnologica agricolo-militare di epoca romana, quando il fluire lento di quella corrente ha trovato il vuoto prendendo l’accelerazione di una cascata sino all’attuale infrangersi toccando il fondo: la creazione della maggior parte dei deserti è avvenuta in soli duemila anni e prosegue tutt’oggi con un’accelerazione esponenziale. Quel momento di cambio di velocità distruttiva corrisponde all’intrusione sistematica delle scienze agronomiche nella vita del campo, che ha costretto negli ingranaggi di leggi astratte il nostro antico procedere integrato nella Natura. Dall’epoca romana la tecnologia militare e quella agricola sono diventate indistinguibili, scambievoli e procedono di pari passo. Nell’immaginario collettivo la percezione positiva dei paesaggi coltivati con metodi convenzionali, come le colline a vigneto, è frutto della stessa cultura che ci porta a vedere aspetti positivi nelle guerre e nel lavoro in fabbrica.

Dopo lo stravolgimento dell’Arcadia, sotto il controllo di un Potere sempre più generalizzato, centralizzato e pervasivo, tutto – non solo l’arte del coltivare – è degenerato raggirando le nostre reali necessità di base: la cura dei malesseri fisici è diventato industria farmaceutica generatrice di malattie (per “fidelizzarci” quali clienti-pazienti); l’insegnamento scolastico è diventato obbligatorio per marchiare a fuoco il cervello dei bambini con i modelli del Sistema; la comunicazione empatica tra viventi è diventata isolamento causato dall’intermediazione di dispositivi elettronici; l’utilità e l’unicità degli oggetti dell’artigianato sono diventate obsolescenza programmata dal consumismo negli anonimi oggetti seriali dell’industria; l’amore che genera la famiglia è diventato costrizione sottoposta alle leggi; la sensualità è stata scaraventata nel baratro della pornografia; la libertà di movimento è diventata angosciante traffico automobilistico (e nell’attualità discriminazione “sanitaria”); la protezione che cerchiamo nell’abitare è diventata carcerazione preventiva a vita in edifici anonimi ammassati l’uno sull’altro; il tempo al di fuori del proprio lavoro è diventato oggetto di accordi sindacati/padroni e la sua qualità dipende dalla disponibilità economica. Il divertimento non diverge dal grigiore della quotidianità e l’intrattenimento ti trattiene davanti a uno schermo che vomita pubblicità e detta comportamenti conformisti. Il lavoro, la più nobile espressione della creatività individuale a servizio della comunità, è diventato un obbligo indotto dalla mera sopravvivenza. La nostra naturale inclinazione alla trascendenza si ritrova reificata nei codici religiosi stilati da chi millanta il proprio rapporto preferenziale con le divinità. E così via, ma sono tutte conseguenze dell’attacco portato all’humus (da cui noi prendiamo il nome homo, la forma e la vita) dall’agricoltura “agronomicizzata”. Forse è per questo motivo che l’agricoltura, con tutto l’apparato scientifico che le è proprio, viene oggi definita “settore primario” di questa Civiltà a noi così ostile: perché rappresenta l’attacco primario alla nostra umanità.

Agronomia. Dal greco Agròs (campo) e Nòmos (legge, regola)

E’ d’altronde comprensibile come l’essere umano, dopo aver vissuto per centinaia di milioni di anni in stretto contatto con la Natura, possa essere caduto nella trappola dell’agricoltura. Essa sarà apparsa agli occhi dei nostri antenati come una forma di approvvigionamento di cibo “sotto casa” rispetto al nomadismo a cui erano costretti nella continua ricerca di luoghi ricchi di vegetazione commestibile. Altrettanto possiamo dire riguardo l’allevamento: da una parte il disagio di doversi cimentare tra mille pericoli e incertezze nella caccia di un animale forte e veloce, dall’altra un recinto nel quale rinchiudere e tenere a portata di machete, oggi di pistola pneumatica, quei chili di carne. Credo che si possa ipotizzare un’equivalenza quantitativa, non certo qualitativa in termini di biodiversità, tra la massa biologica degli animali allevati e quella degli animali selvatici da noi estinti prima con la caccia e oggi, oltre a questa, con la distruzione dell’ambiente naturale. Invece di sloggiare continuamente le capanne e tutto il caravanserraglio degli oggetti necessari della quotidianità, le tribù umane hanno cercato quei vantaggi logistici che può ben apprezzare chiunque abbia fatto anche un solo trasloco nella propria vita, anche se credo che il nomadismo alimentasse in noi un senso di libertà e di appartenenza alla Natura andato poi perduto. Forse per questo oggi sta crescendo, come sempre prima negli States e poi in Europa, il “popolo del camper” (per approfondire il tema: “Nomadland – Un racconto d’inchiesta”, Clichy, 2017, della giornalista Jessica Bruder, dal quale è stato tratto nel 2021 il pluripremiato film “Nomadland”).

Sono sempre più convinto che si debbano confrontare con maggior consapevolezza e realismo le parole “umanità” e “Civiltà”: l’umanità può esistere senza la Civiltà, lo ha fatto per centinaia di milioni di anni, ma la civiltà odierna non può coesistere con l’umanità, tanto è vero che con il suo avvento tutto sommato recente è iniziato il countdown della nostra estinzione ormai vicina al capolinea (lettura consigliata: “Liberi dalla Civiltà. Spunti per una critica radicale ai fondamenti della civilizzazione: dominio, cultura, paura, economia, tecnologia”, Enrico Manicardi, Mimesis, 2009).

Agronomia. Dal greco Agròs (campo) e Nòmos (legge, regola)

Nei confronti della vita lo scopo della Natura è di formare humus. Per assumere questo enunciato basta osservare e prendere atto di come tutto ciò che muore vada ad alimentare l’humus e di come tutto ciò che vive rinasca da lì. Non per nulla, seppure in una visione antropocentrica, il nome Adamo del nostro progenitore forgiato dall’argilla deriva dall’ebraico “adamah”, terra. E polvere torneremo, laddove l’argilla biblica definisce genericamente la terra ricca di humus dei primordi (contrariamente a quanto si pensa l’argilla è il terreno meglio predisposto alla formazione di humus) e la “polvere” altro non è che l’organismo pronto a essere riassorbito dall’humus nella ormai, credo, già compresa ciclicità. Ovviamente questo processo non è una nostra peculiarità e riguarda, al dì là del nostro antropocentrismo, ogni vivente. Vi è a mio parere una forte correlazione tra ciò che eravamo ai nostri primordi quando la terra era ricca di humus naturale e come siamo ridotti oggi dopo la millenaria distruzione dell’humus iniziata con l’agricoltura: l’impoverimento progressivo nel quale si è costruita la civiltà attuale mi pare evidente. E qui sarà utile ricordare come la parola “capitalismo”, da abbinare inevitabilmente a questa civiltà fondata sull’appropriazione privata del bene comune, abbia origine dal “caput”, il capo di bestiame della pastorizia e degli allevamenti.

Se noi siamo figli dell’humus, piantare la lama di un aratro o una vanga nella terra è come conficcarla nel nostro stesso corpo e il frutto di quella terra sventrata nascerà morto e ucciderà qualcosa in noi invece di accrescere la nostra forza. Somministrare veleni nel campo è come avvelenare noi stessi. Le alterazioni nel genoma indotte negli Organismi Geneticamente Modificati (OGM) non potrà non indurre l’alterazione del nostro stesso genoma. Ma prima ancora di tutto questo e dei danni causati dalla produzione di pessimo cibo, l’agronomia è innanzitutto la scienza che interferisce con i processi naturali di formazione dell’humus sino ad annichilirli, quindi nasce umanicida e a causa delle ampie ripercussioni ambientali trascina con sé – a partire dalla rovina dei campi agricoli ai quali si applica – tutta la vita del Pianeta.

Gli esseri viventi sotterranei uccisi dalle arature, gli animali macellati negli allevamenti, le vittime umane militari e civili causate dalle conseguenze dell’agricoltura capitalista reclamano una nuova Norimberga, sul banco degli imputati: l’agronomia. Imploro i giovani e volenterosi agronomi neolaureati affinché abbandonino ogni velleità di controllo tecnico-scientifico sui processi naturali, per rivolgere la propria appassionata attenzione alla rispondenza, anche in agricoltura, tra il proprio più intimo sentire e la vita che pulsa attorno. Un’importante avvertenza, soprattutto per i giovani, è di non cadere nel riformismo “biologico” certificato, intriso di tecnologie, concimi, antiparassitari, diserbanti “verdi”, di “soft tilling”, di “Green Economy”, di ingegneria del paesaggio e altre amenità simili. La situazione non ci permette di procrastinare la scelta di una coltivazione che vada in direzione opposta all’interventismo, sotto qualsiasi veste esso si nasconda. Per gli addetti all’agricoltura è il momento di mostrarsi rivoluzionari, non riformisti.

Nel Paradiso Terrestre non vi era agricoltura e la punizione di diventare quel che siamo adesso è conseguenza dall’aver preso la via di una conoscenza non più, come diremmo oggi, olistica, ma ottusamente limitata all’apparente piccolo vantaggio materiale immediato. Adamo è l’unica figura mitologica ad essere passata (al cospetto di un albero, come spesso accade nei racconti mitologici) dallo stato di semi-divinità a quello di creatura mortale. Chi ben comincia..! Alterando l’humus, l’agricoltura del “tu uomo lavorerai con fatica” figlia del peccato della (cono)scienza ha alterato il punto di equilibrio, di scambio ciclico e perenne tra il minerale che diventa vita e la vita che ritorna minerale. E da qui inizia la nostra condizione di mortali e l’inizio dell’annullamento della vita stessa.

Il ritorno al Paradiso Terrestre primigenio, riconducibile a una primitività ideale in armonia con forze naturali che sfuggono al nostro controllo, richiede l’annullamento della scienza agronomica in particolare e della scienza in generale così come oggi si sono conformate, cioè sulla base di una commistione di arroganza, superficialità filosofica e interessi economici a noi contrari, pratiche per le quali ogni generazione di scienziati e ricercatori studia e lavora per rimediare ai danni causati dalla generazione precedente, scovando rimedi ancor peggiori. Se è vero che nella dimensione della Natura riscontriamo la nostra unica realtà, allora la scienza e ciò che è diventato il raziocinio si svelano come pura alienazione. Scrollarci di dosso l’agricoltura e la sua scienza significa far rientrare nella nostra umanità la divinità della Natura, avulsa dalla fatica del vivere.

Credo che la vita pre-agricola fosse fatta di fiori alle finestre delle capanne, di bambini che giocano tra loro e con gli animali, di complici sguardi d’amore sia tra adolescenti che tra coniugi attempati, di rapporti umani non resi conflittuali dall’accumulo delle proprietà, di rispetto reciproco come oggi lo vediamo nelle poche tribù rimaste allo stato primitivo sul Pianeta. Immagino il quotidiano dei nostri antenati intriso di quella serenità e armonia oggi anelata dai più consapevoli tra noi umani, rivolti alla formazione di nuove comunità alternative alla società attuale. Nulla a che vedere con quanto afferma Thomas Hobbes nel suo libro Il Leviatano (1651): “Nella vita primitiva (…) vi è la paura continua, il pericolo di una morte violenta. La vita dell’uomo è confinata nella solitudine, nella povertà, nella sporcizia, nella brutalità e infine la durata della vita è alquanto breve”.

Trovo ancora rifugio nell’Enciclopedia Treccani:

La dottrina del diritto naturale, o giusnaturalismo, sostiene l’esistenza di un diritto proprio dell’uomo, inalienabile, eterno ed immutabile: il diritto di Natura. Per diritto di Natura si intende la libertà che ognuno ha di usare come vuole le proprie potenzialità, le proprie capacità e abilità per la conservazione della propria vita e conseguentemente di fare qualsiasi cosa che si ritenga necessaria per tale scopo. L’uomo può disporre per se stesso e agire per preservare la sua vita e perseguire i propri fini senza limitazioni di alcun tipo. La filosofia giusnaturalista suppone che tale diritto naturale sia perfetto e immutabile”.

In una civiltà affrancata dalla logica attuale di sopraffazione non trovo nulla di contrario in questi assunti.

La perfetta anarchia della Natura la ritrovo oggi nel primitivismo concepito dallo statunitense John Zerzan e diffuso anche in Italia con grande apporto di originalità di idee dal già citato Enrico Manicardi. Consiglio le seguenti letture: “Primitivo attuale”, John Zerzan, Stampa Alternativa, 2004 e il meraviglioso testo scritto a quattro mani da Zerzan e Manicardi “Nostra Nemica Civiltà”, Mimesis, 2018. I due autori descrivono, attingendo da fonti autorevoli e rielaborando i dati, lo stato in cui si trovava l’umanità prima di iniziare a distruggere l’humus. Si parla oggi di primitivismo come di una nuova salvifica ideologia: come non essere d’accordo! Se andiamo a fondo alla filosofia del “non fare” di Masanobu Fukuoka, di Itsudo Tsuda e altri pensatori, possiamo concludere che la nuova agricoltura consiste proprio nell’annullamento delle pratiche studiate dall’agronomia, quindi nell’annullamento dell’agronomia stessa. In Coltivazione Elementare non lavoriamo mai il terreno, neppure in modo superficiale e neanche all’inizio della coltivazione; non alteriamo il profilo del suolo mediante aiuole rialzate, bancali o altro; non utilizziamo fertilizzanti, antiparassitari, ammendanti, diserbanti né altri preparati chimici, organici, omeopatici; non pratichiamo rotazioni colturali, sovesci, semine in copertura, consociazione varietale, compostaggio, progettazione degli spazi, calendarizzazione; non utilizziamo impianti irrigui neanche in superfici ampie; non usiamo macchinari prodotti dall’industria; non assumiamo posizioni dogmatiche nella scelta delle sementi di varietà nuove o antiche; non prendiamo neppure in considerazione l’uso di OGM; non cerchiamo alcun riconoscimento scientifico delle pratiche agricole Elementari; non eseguiamo analisi al terreno.

Ecco invece cosa facciamo: preserviamo il naturale equilibrio della terra e del contesto di coltivazione; consideriamo la crescita delle coltivazioni come conseguenza dell’equilibrio della biosfera; cerchiamo di rendere le piante coltivate quanto più selvatiche e perenni possibile; valorizziamo l’erba spontanea sia viva che come fieno per la pacciamatura; consideriamo le cosiddette “malattie” come processi naturali per ripristinare un equilibrio non comprensibile alla mente razionale; piantiamo e seminiamo ordinatamente formando “nidi” o filari nella pacciamatura; promuoviamo il cambiamento e la crescita interiore; affiniamo l’intuito, il sentire, la saggezza innata e l’intrinseca capacità creativa di risoluzione dei problemi; sosteniamo l’autosufficienza alimentare e il superamento dell’economia capitalista (anche se nascosta sotto altre ideologie).

In definitiva la vera rivoluzione per tornare semplicemente ad essere umani consiste nel dare all’humus la possibilità di ricrearsi laddove è stato distrutto e per ottenere questo risultato dovremo eliminare l’intromissione scientifica e tecnologica dell’agronomia nelle Cose della Natura.

Agronomia. Dal greco Agròs (campo) e Nòmos (legge, regola)

Il mio studio agrotecnico

Gian Carlo Cappello

16 agosto 2021

Gian Carlo Cappello